Lippi - Cortona Fine Arts

Vai ai contenuti

Menu principale:

schede news
Lorenzo Lippi (Firenze 1606-1665)
Venere e Adone
Olio su tela, 116,5 x 154,5 cm

La tela illustra un celebre passo narrato nel X libro delle Metamorfosi di Ovidio,  dedicato al mito di Venere e Adone.
Nato dall’unione incestuosa tra Cinira, re di Cipro, e sua figlia Mirra, il bellissimo Adone fece innamorare perdutamente Venere. La dea abbandonò l’Olimpo per vivere con lui tra boschi e monti, pregandolo  di non cacciare da solo bestie feroci, come cinghiali e leoni. Gli ammonimenti della dea non furono ascoltati da Adone, che, durante una battuta di caccia,  rimase ferito mortalmente da un cinghiale, l’animale irsuto che si riconosce mentre fugge sullo sfondo. Udendo i lamenti dell’amato, la dea accorse in suo aiuto, provò a curare la sua ferita, ma senza riuscire a salvarlo. Nel lembo di terra bagnato dal sangue di Adone spuntò il fiore rosso dell’anemone.
Il giovane  giace esangue con la testa riversa dietro il testimone della sua sventurata fine: il cane accucciato in primo piano, a occhi chiusi come il proprio padrone. Alla dea, rivolta con lo sguardo sconsolato al cielo,  rimasero solo le lacrime che, secondo il mito, giunte a contatto con il suolo, si trasformarono in rose.
Accompagnata dal consueto simbolo delle  colombe, Venere mostra sopra la testa un attributo raro nella sua raffigurazione: una stella a otto punte che potrebbe alludere al suo ciclo sinodico di otto anni terrestri, un dettaglio verosimilmente suggerito al pittore dal committente dell’opera, appassionato di astrologia.
I dati di stile consentono di restituire la tela al catalogo di Lorenzo Lippi, uno degli allievi più dotati di Matteo Rosselli distintosi, come si evince dalle lodi tessutegli dal biografo Filippo Baldinucci, per la capacità di unire ad un “gran disegno” un “piacevole colorito”, e ormai unanimemente riconosciuto dalla critica come uno dei maggiori protagonisti della scena artistica fiorentina del Seicento.
La tela spetta ad una fase molto giovanile della produzione di Lippi, forse ancora entro gli anni venti del Seicento, quando è forte l’impronta del maestro Matteo Rosselli. Derivano dal maestro la prosa narrativa costruita con sovrabbondanza di particolari, il gusto decorativo dell’abbigliamento  e  l’espressione patetica di Venere, quest’ultima in consentaneità  con le figure  morbide di Jacopo Vignali, interprete precoce, insieme a Francesco Furini, della cosiddetta ‘poetica degli affetti’, inaugurata a Firenze da Cristofano Allori nel primo decennio del Seicento.
All’interno del catalogo di Lippi stringenti sono le affinità con la Santa Caterina d’Alessandria e due angeli della chiesa di San Marino a Corella (Dicomano), firmata e datata 1629, affine a Venere nell’ovato chiaroscurato del volto e nell’accentuazione del collo. Simili sono anche,  nelle due tele,  il disegno accurato delle mani di contro alla conduzione pittorica più sommaria del fogliame.
La sistemazione dei protagonisti della tragica storia d’amore in primo piano, senza articolazione in  profondità, è una soluzione compositiva tipica del primo Lippi: penso, ad esempio, al San Filippo battezza l’eunuco di collezione privata a Firenze.
Propria dell’esordiente Lippi è anche l’esuberanza del panneggio del mantello azzurro di Venere che avvolge il rosso vermiglio della sua veste.
Con l’aprirsi degli anni Quaranta il pittore virò decisamente il proprio stile, eliminando progressivamente le concessioni decorative a vantaggio di un impianto compositivo chiaro e scandito da linee di contorno ferme e chiuse, con intenti arcaicizzanti che avevano motivazioni religiose in quanto erano la risposta del popolo e delle confraternite all’ormai imperante gusto barocco in voga a corte.
Di evidente destinazione privata, questa tela mitologica ornava verosimilmente la sala o la quadreria di una dimora toscana, seguendo una moda dei collezionisti del granducato mediceo nel Seicento, i quali furono particolarmente attratti da soggetti di argomento biblico o letterario incentrati sulla passione amorosa.
                                                    Francesca Baldassari

 

Torna ai contenuti | Torna al menu