Pagina 210 - Cortona Fine Arts

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Andar per disegni

MILANO — La raccolta di «Disegni d'antichi maestri» messa assieme ed esposta da Enrico Cortona (Piazzetta della Guastalla, n. 5, fino al 10 aprile) parte da un «Ercole» del grande Beccafumi (1486 - 1551) e si chiude su di un «Gruppo di pastori fra rovine» del Bison (1762-1844); quanti amano l'arte grafica avranno, lungo questi due estremi, di che vedere, riflettere, discutere e ammirare. Così, da parte nostra, ci limiteremo a dar notizia di tre fogli che, per più sensi, interessano direttamente la cultura lombarda; e perché, neppure a farlo apposta, risultano fra i più acuti e indimenticabili di tutta la rassegna. Il primo dei tre è un disegno del bergamasco Salmeggia, detto il Talpino (1558-1626); esso si riferisce agli «Episodi della vita di S. Alessandro», un tempo nella Sacrestia della Cattedrale di Bergamo; tenero e lindo, in quel suo voler essere una sorta di tardivo e innocente Raffaello di provincia, questo disegno sa poi spostarsi avanti, fino a sembrare eseguito da un "nazareno" o, quantomeno, per restare nella cultura bergamasca, da un Piccio nel momento in cui più sogna a un suo dolce, impossibile classicismo.
Il secondo è invece opera del piemontese Moncalvo (1568-1625) ed ha anch'esso un preciso riferimento nell'opera pittorica di questo maestro, così mediano, anche culturalmente, dunque non solo cronologicamente, tra persistenze e vaghezze cinquecentesche e novità e allarmi secenteschi; rappresentando la «Resurrezione di Lazzaro», esso è da considerarsi studio per uno dei due dipinti con cui il Moncalvo ebbe a decorare il coro della Chiesa di S. Domenico, a Chieri. Se la datazione proposta dalla Griseri è giusta, e tutto lo lascia credere, saremmo intorno al 1616; giusto quanto, per temperie morale e culturale, rivela il presente foglio, in cui sembra di vedere le grandi ambasce dei «pestanti» stringersi o smorzarsi nella naturale dolcezza e vaghezza di lui, il Moncalvo. Il terzo disegno, forse il più vivo e sorprendente dell'intera rassegna, è dello Zuccarelli; uno Zuccarelli, per dir così, lombardo; e rappresenta  il «Ritratto di una dama», probabilmente di casa Tassi, o dell'«entourage» tasssiano. Pubblicato dal Bassi-Rathgeb (1949), questo foglio faceva parte dell'album originariamente di proprietà del Conte F.M. Tassi, il famoso storico dei pittori bergamaschi, e fu con ogni certezza eseguito nell'autunno del 1748, allorché lo Zuccarelli fu suo ospite nella villa della «Celadina»; in quei dintorni bergamaschi che così ben conosciamo per averli visti apparire più e più volte nei paesaggi zuccarelliani del tempo. La stratificazione         toscoveneta della cultura dello Zuccarelli vien qui punta da una verità tutta lombarda; con ogni certezza in rapporto all'inesorabile realismo della ritrattistica ghislandiana. Il risultato è di una acutezza psicologica senza pari; quasi si trattasse d'una fanciulla-farfalla che il maestro delicatamente infilza (e per sempre) con lo spillo d'uno stile che sembra di continuo trovarsi a disdirsi in una sorta di levissimo, serico "improvviso".
Giovanni Testori

Corriere della sera, Marzo 1983
 

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