Le virtù incoronano il busto di Antonio Canova

Michele Sangiorgi

(Faenza 1785 – Rome 1822) Venduto

  • Matita, penna, inchiostro bruno acquerellato, inchiostro grigio acquerellato su carta
  • 460 × 688 mm (18.11 × 27 inches)
  • Iscrizioni: al centro sul cippo: “ALLA GLORIA / [DI] / ANTONIO CANOVA”; in basso al centro: “VIRTUS TRIUMPH[ANS]”.

A cura di Francesco Leone

Questo grande disegno, inedito, è una testimonianza rara e notevole dell’attività artistica del pittore faentino Michele Sangiorgi.

Sulla sinistra del foglio sono raffigurate tre figure femminile attorno a un alto cippo su cui è poggiato un busto di Antonio Canova. La prima di queste figure allegoriche sta incoronando il capo di Canova con un serto di alloro.

La seconda sta incidendo sul cippo le seguenti parole: “ALLA GLORIA / [DI] / ANTONIO CANOVA”. La terza sta decorando il cippo con dei festoni allusivi al trionfo. Ai loro piedi, sul basamento, è scritto: “VIRTUS TRIUMPH[ANS]”. Le allegorie femminili possono essere identificate con le virtù.

Prostrata a terra infatti, avviluppata dalle spire di un serpente, giace una figura maschile ignuda che simboleggia in termini allegorici il vizio. Sulla destra, davanti al colonnato di un tempio classico al cui interno si scorgono delle statue entro nicchie, assistono alla scena le figure allegoriche ammantate all’antica delle arti belle, riconoscibili dagli emblemi della pittura, della scultura e dell’architettura che stringono tra le mani.

Il genio delle belle arti, alato, indica alle tre allegorie l’atto di incoronazione del busto di Canova. Sullo sfondo, tra le architetture di una città ideale antica, spicca il tempio della gloria; un pantheon dell’immortalità in cui Canova aveva diritto di stare in virtù della sua arte.

La fama universale che lo ha avvolto ha fatto sì che già in vita Canova sia stato uno degli artisti più celebrati di sempre, di cui ci è giunta una incredibile e assai nutrita serie di ritratti, di varia tipologia, realizzati dai più grandi artisti di allora, da Andrea Appiani a Thomas Lawrence, per fare soltanto due nomi.

Allo stesso modo, lo scultore fu oggetto di un cospicuo numero di opere celebrative di carattere allegorico, in cui, toccando i registri più disparati, egli era esaltato nella sua vicenda artistica o nella sua dimensione privata per le qualità morali che lo distinguevano, o ancora come il rinnovatore di un’arte, quella della scultura, che grazie al suo operato era finalmente risorta dopo più di un secolo di decadenza.

In tutte queste celebrazioni allegoriche comunque—come nel caso del disegno di Sangiorgi qui pubblicato—lo scultore appariva sempre come un esempio di virtù, proprio per le scelte di carattere etico e morale che avevano segnato la sua vita di artista sommo ma anche di uomo delle istituzioni e di promotore delle arti.

Questo disegno si riferisce con ogni probabilità a un fatto preciso accaduto a Roma nel maggio del 1812 in casa di Giuseppe Tambroni, in quel momento console del Regno Italico a Civitavecchia con facoltà di risiedere a Roma.

Michele Sangiorgi, Mosè ritrovato dalla figlia del Faraone, c. 1810. Faenza, Pinacoteca Comunale.
Fig. 1. Michele Sangiorgi, Mosè ritrovato dalla figlia del Faraone, c. 1810. Faenza, Pinacoteca Comunale.

Ne abbiamo un preciso resoconto in una lettera di Giovanni Battista Sartori Canova, fratellastro dello scultore, inviata il 30 maggio 1812 a Pietro Giordani, intimo amico di Canova nonché profondo interprete della sua arte.

Appena rientrato da un viaggio a Bologna e a Firenze, Canova fu invitato da Clotide Tambroni, moglie di Giuseppe, con la scusa di dover discutere di questioni importanti. Sartori racconta così l’accaduto:

Ieri mattina fu invitato l’amico tuo da mad.ma Tambroni di volersi recare a casa da lei, che dovea parlargli di cose importanti. Egli andò; la Signora con grande ingegno e dissimulazione lo trattenne in parola, finché passeggiando lo ebbe condotto dentro una gran sala, dove stavano adunati aspettando lui solo più di venti giovani studenti e pensionati del Regno Italico, compresovi il vostro Palagi; e tutti a lui fecero applauso, ed ognuno mostrò un proprio disegno d’invenzione, che alludeva a Canova, e alle arti che lo incoronano. Spettacolo veramente degno di tenerezza e di pianto. E mio fratello pur pianse. Li disegni al numero di presso a trenta, furono poi regalati a lui stesso; e tu gli vedrai, quando che sia. Per segno di gradimento e riconoscenza egli ha destinato di dar loro un pranzo qui nel nostro studio”.

I giovani a cui si faceva riferimento nella lettera erano gli studenti della cosiddetta Accademia d’Italia nata dal riordino e dalle riforme, volute da Napoleone, che avevano riguardato le accademie di belle arti delle tre città entrate a far parte del Regno d’Italia: Milano, Venezia e Bologna.

Secondo i nuovi statuti, a turnazione annuale, le tre accademie indicevano dei concorsi i cui vincitori usufruivano di una “pensione” triennale per studiare e risiedere a Roma, con sede nel palazzo di Venezia (già residenza dell’ambasciatore a Roma della destituita Repubblica di Venezia).

L’Accademia fu dapprima autogestita sotto l’egida di Canova e poi definitivamente istituzionalizzata, proprio nel 1812 e sempre in virtù dell’operato di Canova, che di questi giovani si fece promotore e protettore dotando l’accademia dei finanziamenti necessari all’istituzione di premi e di forme di incoraggiamento.

La festa per Canova in casa Tambroni era stata appunto organizzata per ringraziare lo scultore di quanto aveva fatto per le sorti di questa neonata istituzione. L’accademia aveva un carattere estremamente innovativo per il metodo di lavoro collegiale e anticonvenzionale in cui i giovani si cimentavano e per il fatto che per la prima volta nasceva con essa l’idea di creare un linguaggio artistico nazionale in grado di vincere i secolari regionalismi dell’arte italiana.

In quegli anni, mutando e rinnovando le sorti future dell’arte italiana, si incontrarono nelle aule di palazzo Venezia, tra i molti, artisti come Francesco Hayez, Pelagio Palagi, Giovanni De Min, Tommaso Minardi e, appunto, Michele Sangiorgi.

Dei trenta disegni menzionati da Sartori nella lettera a Giordani, realizzati dai pensionati dell’Accademia d’Italia in onore di Canova in occasione di questa festa, ce ne erano giunti sinora soltanto due di Tommaso Minardi, anch’essi molto belli e, appunto, pressoché delle stesse dimensioni di questo nuovo disegno di Sangiorgi, che assume quindi una notevole rilevanza anche come testimonianza storica oltreché come opera d’arte.

Sul piano stilistico, formale ed esecutivo, il foglio di Sangiorgi trova un confronto dirimente con un disegno raffigurante Mosé ritrovato dalla figlia del Faraone risalente all’incirca al 1810 e oggi conservato alla pinacoteca comunale di Faenza (fig.1). Le dimensioni del disegno di Faenza sono assai vicine a quelle del foglio qui presentato, in cui l’artista si muove tra moduli ispirati da Felice Giani e stilemi alla Minardi, vicino al quale trascorse i molti anni passati a Roma.

Artista molto dotato, Sangiorgi ebbe tuttavia una carriera piuttosto sfortunata. Aveva un temperamento difficile e conduceva una dissoluta vita da bohémien. Con un sussidio della Congregazione di Carità di Faenza poté trasferirsi nel 1803 a Roma, dopo ritrovò l’amico Tommaso Minardi, con il quale aveva studiato a Faenza sotto la guida di Giuseppe Zauli.

Insieme allo stesso Minardi, ad Agostino Comerio e Domenico Gallamini avviò una sorta di accademia privata dedicata allo studio del nudo. Minardi lo ricorda in quegli anni come un “giovane di grande attitudine alle belle arti ma rozzissimo, superbissimo e viziosissimo”.

Sangiorgi poté poi prolungare il suo soggiorno a Roma grazie alla vittoria del premio di pittura del concorso di pensionato artistico bandito dall’Accademia di Belle Arti di Bologna nel 1813. Nella capitale pontificia morì prematuramente nel 1822, a soli 37 anni.

L’anno seguente la madre fu costretta a organizzare una lotteria mettendo in palio due disegni del figlio per fare fronte all’indigenza in cui versava.

Francesco Leone

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