Il soggetto di questo raffinato disegno, che presenta caratteristiche formali riconducibili all’ambiente artistico lombardo a cavallo tra il XVI e XVII secolo, resta non del tutto chiaro. Se la figura di vecchio aureolato con in braccio un bambino riporta immediatamente a San Giuseppe che regge Gesù infante, è invece molto più arduo ipotizzare le identità dei due fanciulli che stanno ai loro piedi e che sembrano quasi voler raggiungere il pargolo, che viene energicamente protetto dall’adulto. La figura di Giuseppe quale custode di Gesù è sicuramente un tema caro alla Controriforma. Non avendo però elementi probatori bisogna dunque rimanere nel campo dell’ipotesi. Per quanto riguarda lo scopo del disegno, a giudicare dalla struttura compositiva e dalla presenza di quello che sembrerebbe in tutto e per tutto un basamento, possiamo affermare con un certo grado di convinzione che si tratti di un bozzetto per un gruppo scultoreo. A fronte delle caratteristiche stilistiche e dell’alto livello di esecuzione si attribuisce il foglio a Giovanni Battista Crespi detto il Cerano. Nonostante il corpus grafico dell’artista risulti a tutt’oggi relativamente esiguo e per alcuni aspetti non del tutto omogeneo a livello formale, presenta comunque diversi esempi limpidi dal punto di vista attributivo. Tra questi si annovera Il terzo cavaliere dell’Apocalisse (2) (fig. 1) - custodito nel Fondo Osio all’Istituto Nazionale per la Grafica di Roma - che a nostro parere presenta fortissime analogie esecutive con il disegno qui presentato. Sebbene il foglio romano sia realizzato, oltre che con la matita nera e la biacca, anche con l’impiego dell’inchiostro bruno acquerellato, è possibile scorgere la stessa cifra disegnativa, dando la possibilità di fare alcuni interessanti confronti. Se si paragonano le braccia di Giuseppe con quelle del cavaliere (figg. 2-3), allora si noterà come siano eseguite in maniera quasi speculare dal punto di vista stilistico. Senza farsi distrarre dalla posizione pressoché identica dei due rispettivi arti sinistri, si nota come essi esprimano la medesima anatomia asciutta, nervosa e a tratti bitorzoluta. Le mani poi sono concepite in ugual modo: scheletriche e artigliate. Tracciate con raffinati segni brevi e affilati, con la biacca che arriva ad evidenziare vene e tendini. Ancora, sulla parte inferiore del foglio di provenienza Osio, Cerano realizza una serie di corpi ammucchiati lavorandoli minuziosamente con pennello e biacca. Ebbene lo stesso modo di concepire e procedere nella stesura delle masse muscolari è riscontrabile anche nel nostro foglio. Si nota bene infatti sulla schiena del fanciullo posizionato a destra (figg. 4-5). Infine è da sottolineare come le forme delle teste del Bambin Gesù e di Giuseppe siano concepiti con la stessa accentuazione volumetrica e rotondità delle teste delle figure giacenti nel foglio romano (figg. 6-7 e 8); oltre a presentare una tipologia somatica del tutto accostabile. Caratteristiche queste che si riscontrano tra l’altro in molti dipinti del Nostro, rendendoli di fatto tra i tratti morfologici più distintivi del suo linguaggio figurativo. Tornando al fine di quest’opera, ovvero quello di servire da modello per una gruppo scultoreo, è importante ricordare come Cerano non fosse per nulla estraneo a questo genere di compito. Lungo la sua intera carriera aveva sia praticato la modellazione scultorea che eseguito progetti da affidare poi ai colleghi che li avrebbero tradotti nello stucco o nel marmo. Vi sono vari esempi ben documentati di questa sua attività. Ricordiamo tra tutti il cartone con la Conversione di San Paolo poi scolpita nel marmo da Gaspare Vismara e la serie di tele con la Creazione di Eva, Salomone e la regina di Saba, Sisara e Giaele, Giuditta e Oloferne ed Ester e Assuero realizzate poi da Vismara, Giovan Pietro Lasagna e Gian Andrea Biffi. Nel 1629 inoltre era stato eletto capomastro della Veneranda Fabbrica del Duomo con l’incarico di sovrintendere alla decorazione statuaria.
Note
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(1) Noto collezionista e storico dell’arte fiorentino. L’attribuzione proposta da Gabburri, a fronte degli studi sullo scultore francese, non può più essere accettata.
(2) Roma, Istituto Nazionale per la Grafica, Gabinetto Disegni e Stampe, Fondo Osio, cartella 10, numero inventario: D-FN14444, matita nera, penna, inchiostro bruno acquerellato, lumeggiature a tempera(?), 265 x 176 mm. Il disegno comparve sul mercato ad un’asta Sotheby’s a Londra nel 1978. Da quanto mi risulta fu poi pubblicato per la prima volta da G. Bora in Pavia Museo Malaspina, Pavia, pp. 178-179, che lo mise in relazione con un olietto su tavola di dimensioni analoghe custodito appunto nella collezione pavesi. Fu proprio il ritrovamento del disegno a permettere di assegnare la paternità della tavoletta al Cerano.
Letteratura
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G. Bora in Pavia Museo Malaspina, Pavia, Comune di Pavia, 1981, pagg. 178-179.
M. Rosci, Il Cerano, Electa, Milano 2001.
Il Cerano, 1573 – 1632, Protagonista del Seicento lombardo, catalogo della mostra (Milano, Palazzo reale 24 febbraio – 5 giugno 2005) a cura di M. Rosci, Federico Motta Editore, Milano 2005.
G. Bora, in L'Artista e il suo atelier, i disegni dell'acquisizione Osio all'Istituto Nazionale per la Grafica, a cura di G. Fusconi, Palombi Editori, Roma 2006, cat. 14 , pagg. 76-77.