Vanitas Scientiarium
Antonio Borgia
(XVII secolo)
- Penna e inchiostro bruno
- 300 x 437 mm
- Penna e inchiostro bruno
Su Antonio Borgia non si hanno notizie; la particolarità del soggetto lascia dedurre che si trattasse di un "amatore", appassionato di scienze alchemiche. Il carattere bizzarro dell'opera si manifesta a partire dalla firma dell'autore sul libro in primo piano. Vi si legge infatti l'iscrizione “Suinotna Aigrob Ticef”, che corrisponde alla lettura speculare di “Antonius Borgia Fecit”. Libri esoterici, simboli indecifrabili, mostri e scheletri animano questa straordinaria invenzione seicentesca. Un repertorio iconografico che richiama la cultura ermetica e le allegorie della Vanitas, dove ogni sapere terreno è destinato a confrontarsi con il Tempo e la Morte. Su un albero, una scimmia stringe uno specchio mentre la corteccia sottostante assume le sembianze di un volatile. Uno dei dettagli più intriganti è il libro con i caratteri pseudo-magici: sembra imitare alfabeti cabalistici, alchemici o astrologici. Probabilmente non sono segni decifrabili, ma piuttosto un espediente iconografico per evocare un sapere occulto. Al centro, sul terreno, compaiono segni grafici che rimandano ai quattro elementi, tra cui l'esagramma e il simbolo dell'acqua. Per quanto riguarda la figura maschile centrale, è possibile rintracciare il modello di riferimento: Borgia ricalca infatti la postura dell'Apollo nell'incisione di Melchior Meier (1) raffigurante Apollo che scortica Marsia (1580 circa), modificando soltanto gli oggetti tenuti tra le mani. Anche il busto capovolto a testa in giù segue il modello del Marsia torturato, pur riproponendone solo la metà superiore del corpo.
(1) Hollstein’s, German engravings…, vol. XXV, Roosendaal, 1989, pag. 28, n. 7.